E infine, in fondo, il St. Regis.
Maestoso come una bugia che vuoi sentirti ripetere.

L’Arts Bar non aveva insegne rumorose. Solo riflessi.
Era un luogo che ti beveva prima ancora di sederti.

Ogni cocktail portava un nome. Ma era solo un indizio.
Un Monet che sapeva di assenzio e seta lavata.
Un Banksy fumoso, disilluso, con un retrogusto di ferro e vaniglia bruciata.

I bicchieri — quelli no, non erano bicchieri. Erano creature.
Vetro soffiato a Murano, ma sembravano cresciuti da soli, come frutti in una serra dimenticata.

Non si beveva davvero.
Si veniva bevuti.
Dall’idea. Dalla forma. Dal ricordo. 

 

Copertina del romanzo Il tuo gatto è dentro il mio giardino

Brano tratto dal romanzo “Il tuo gatto è dentro il mio giardino”  → Scheda del libro

 

 

Dal romanzo alla storia

Nel romanzo Il tuo gatto è dentro il mio giardino, lo St. Regis non è soltanto un albergo elegante affacciato sul Canal Grande. È il luogo nel quale arte, desiderio e inquietudine si mescolano fino a diventare indistinguibili.

Sebastiano conduce Selva Quintero all’Arts Bar dopo averle promesso «un Mondrian da bere». I cocktail portano il nome di artisti, i bicchieri di Murano sembrano piccole sculture e ogni dettaglio trasforma l’aperitivo in un’esperienza sospesa tra realtà e illusione. Selva cerca di avvicinarsi a lui; Sebastiano, invece, continua a difendersi da ciò che prova.

La seduzione dura poco. Dietro le piante compare un uomo con un peacoat blu, immobile, in attesa. Quando si accorge di essere stato visto, si allontana. Sebastiano lo insegue attraverso Calle Barozzi e verso il ponte di San Moisè, lasciando Selva sola accanto ai frammenti di un bicchiere caduto a terra.

Il luogo reale possiede davvero il legame con l’arte raccontato nel romanzo. Lo St. Regis Venice sorge in un complesso di palazzi storici, conserva la memoria del Grand Hotel Britannia e ospita un bar nel quale i cocktail nascono dall’incontro tra pittura, design e lavorazione del vetro di Murano.

The St. Regis Venice

L’hotel sul Canal Grande dove l’arte si può anche bere

A Venezia esistono edifici che custodiscono una sola epoca e altri che sembrano averne attraversate molte senza appartenere completamente a nessuna. The St. Regis Venice fa parte di questa seconda categoria.

Alle sue spalle scorrono le calli eleganti del sestiere di San Marco; davanti, invece, si apre il Canal Grande, ormai vicino al Bacino. Da qui lo sguardo incontra la Basilica di Santa Maria della Salute, Punta della Dogana e l’isola di San Giorgio Maggiore. È una delle prospettive nelle quali Venezia mostra insieme la propria monumentalità e la propria natura liquida.

L’hotel non occupa un unico edificio. È formato da cinque palazzi veneziani uniti nel tempo, il più antico dei quali risale al Seicento. Dietro le facciate, la storia dell’ospitalità si intreccia con quella dell’arte, del teatro e della trasformazione urbana della città.

Tra Calle XXII Marzo e il Canal Grande

L’ingresso di The St. Regis Venice si trova a pochi minuti da Piazza San Marco, al termine di quel reticolo di calli che collega Calle Larga XXII Marzo, San Moisè e Santa Maria del Giglio.

Arrivando a piedi, l’albergo appare quasi all’improvviso. La città si restringe tra vetrine, passaggi e facciate; poi, oltre l’ingresso, lo spazio si apre verso l’acqua. Arrivando in barca, invece, il rapporto si rovescia: è il lungo fronte sul Canal Grande a diventare il volto principale dell’edificio.

Questa doppia entrata racconta una caratteristica tipicamente veneziana. Il palazzo appartiene alla terra e all’acqua nello stesso momento, ma è dall’acqua che rivela la propria dimensione più scenografica.

Cinque palazzi, una sola storia

Il complesso dello St. Regis è il risultato dell’unione di cinque palazzi costruiti in epoche differenti. Il più antico, Palazzo Badoer Tiepolo, risale al XVII secolo; gli altri edifici vennero progressivamente collegati e trasformati seguendo l’evoluzione della città e dell’ospitalità veneziana.

Questa origine spiega perché l’albergo non abbia la rigidità di una costruzione progettata in un solo momento. Scale, saloni, affacci e prospettive conservano la sensazione di attraversare dimore diverse, riunite in una struttura che guarda il Canal Grande con un fronte continuo.

Le architetture storiche non sono state congelate nel passato. Gli interni contemporanei utilizzano luce, vetro, tessuti e opere d’arte per reinterpretare Venezia senza copiarla. Il risultato è un equilibrio tra memoria e trasformazione, simile a quello della città stessa.

Dal Grand Hotel Britannia allo St. Regis

La vocazione alberghiera del luogo cominciò nella seconda metà dell’Ottocento. Nel 1895 aprì il Grand Hotel Britannia, nello stesso anno in cui Venezia inaugurava la prima Esposizione Internazionale d’Arte destinata a diventare la Biennale.

Il Britannia divenne presto un indirizzo frequentato da viaggiatori, intellettuali e artisti. Viene ricordato anche come il primo albergo veneziano dotato di elettricità in ogni camera: un segno di modernità in una città che, pur circondata dalla propria storia, stava entrando nel nuovo secolo.

Nel tempo, strutture e palazzi vicini furono riuniti sotto nomi diversi. L’albergo divenne Europa & Regina e, successivamente, Westin Europa & Regina. Dopo un ampio intervento di rinnovamento, nel 2019 il complesso riaprì come The St. Regis Venice.

Il nuovo nome non cancellò ciò che era esistito prima. L’identità attuale continua a richiamare la lunga tradizione dell’hotel e, soprattutto, il rapporto privilegiato che questo luogo ha avuto con gli artisti.

Claude Monet e la luce di Venezia

Tra gli ospiti più celebri del Grand Hotel Britannia ci fu Claude Monet. Il pittore arrivò a Venezia nell’autunno del 1908 e trovò nelle vedute offerte dall’albergo un punto di osservazione straordinario.

Davanti alle finestre si stendevano l’acqua del Canal Grande, la cupola della Salute, Punta della Dogana e San Giorgio Maggiore. Ma ciò che interessava Monet non era soltanto l’architettura. Era la luce: il modo in cui cambiava sulle pietre, dissolveva i contorni e trasformava la città con il passare delle ore.

Venezia divenne per lui una superficie instabile, composta di riflessi e vibrazioni. Lo stesso soggetto poteva apparire diverso al mattino, nel pomeriggio o al tramonto, come se l’acqua dipingesse continuamente un’altra città sopra quella reale.

Oggi le Monet Suites ricordano quel soggiorno attraverso colori ispirati alla luce veneziana e grandi aperture rivolte verso il Canal Grande. Non cercano di ricostruire una stanza del 1908, ma di conservare la memoria dello sguardo che l’artista posò sulla città.

Le tracce del Teatro San Moisè

Anche il teatro appartiene alla memoria del luogo. Nell’area di Corte Barozzi sorgeva il Teatro San Moisè, uno dei più piccoli ma influenti teatri d’opera veneziani. Attivo dal Seicento, ospitò opere e spettacoli musicali e fu legato agli esordi di Gioachino Rossini.

In seguito prese il nome di Teatro Minerva. Il 9 luglio 1896 vi si tenne la prima proiezione cinematografica pubblica veneziana con il sistema dei fratelli Lumière. Il teatro venne poi demolito, ma due targhe nella corte ne ricordano ancora la storia.

Musica, immagini, pittura e ospitalità sembrano così sovrapporsi nello stesso punto della città. È una continuità invisibile, ma particolarmente adatta a un albergo che oggi ha scelto l’arte contemporanea come parte della propria identità.

L’arte contemporanea negli spazi dell’hotel

Lo St. Regis non utilizza l’arte come semplice decorazione. Nei suoi ambienti sono presenti opere e interventi contemporanei che dialogano con i materiali e le proporzioni dei palazzi storici.

Nel Gran Salone si trova White Chandelier di Ai Weiwei, realizzato in collaborazione con Berengo Studio. Il grande lampadario in vetro richiama la tradizione muranese, ma la trasforma in un’opera capace di sorprendere e provocare.

La collezione comprende anche lavori di artisti quali Olivier Masmonteil, Jaume Plensa e Lorenzo Quinn. Il passato non viene quindi ricostruito come una scenografia: viene messo in relazione con linguaggi nuovi, secondo la stessa tensione tra bellezza e inquietudine che attraversa il romanzo.

L’Arts Bar: quando un cocktail diventa un’opera

L’Arts Bar è il punto nel quale questa relazione diventa più evidente. Il menu nasce da opere, artisti e movimenti che hanno segnato la storia dell’arte. Monet, Banksy, Mondrian, Dalí, Picasso, Munch, Warhol e Ai Weiwei diventano il punto di partenza per combinazioni di profumi, colori, consistenze e gesti.

Non si tratta soltanto di attribuire a un drink il nome di un artista. Ogni creazione cerca di tradurre un’immagine in sapore: un colore può diventare un ingrediente, una composizione suggerire la forma del bicchiere, un’atmosfera trasformarsi in fumo, trasparenza o contrasto.

La collaborazione con Berengo Studio estende l’esperienza al vetro. I cocktail vengono serviti in bicchieri di Murano progettati appositamente, piccoli oggetti scultorei pensati per legare ciò che si vede a ciò che si assaggia.

È proprio questa idea a entrare nel romanzo. Quando Sebastiano promette a Selva «un Mondrian da bere», non inventa soltanto una frase seducente: riconosce la natura reale di un luogo nel quale l’arte può uscire dalla cornice e arrivare fino alle mani e alle labbra.

Il giardino e il fronte d’acqua

Tra gli interni e il Canal Grande si apre una terrazza-giardino che accompagna gli spazi dedicati alla ristorazione e al bar. È un luogo protetto ma non isolato: davanti continua il movimento delle barche, mentre oltre l’acqua si distinguono le architetture monumentali della città.

La distanza è sufficiente a trasformare il traffico del canale in paesaggio. Le voci si abbassano, le superfici riflettono il cielo e, verso sera, Venezia assume quel carattere incerto nel quale ogni presenza potrebbe essere soltanto un’ombra.

Nel romanzo è proprio dietro le piante che Sebastiano intravede l’uomo con il peacoat blu. La terrazza smette allora di essere uno spazio di eleganza e diventa un punto di osservazione, una soglia dalla quale qualcuno guarda senza voler essere visto.

Curiosità

  • The St. Regis Venice si trova nel sestiere di San Marco, a pochi minuti da Piazza San Marco.
  • Il complesso è formato da cinque palazzi veneziani; il più antico risale al XVII secolo.
  • Il Grand Hotel Britannia aprì nel 1895, lo stesso anno della prima Biennale di Venezia.
  • Claude Monet soggiornò nell’hotel nell’autunno del 1908.
  • Dalle stanze affacciate sull’acqua si osservano Santa Maria della Salute, Punta della Dogana e San Giorgio Maggiore.
  • Nel Gran Salone è esposto White Chandelier di Ai Weiwei.
  • I cocktail dell’Arts Bar sono ispirati a celebri opere e personalità dell’arte.
  • Parte della collezione di bicchieri è stata creata a Murano in collaborazione con Berengo Studio.
  • Nel romanzo, Sebastiano accompagna Selva all’Arts Bar per offrirle «un Mondrian da bere».

Lo St. Regis nel romanzo

Nelle pagine di Il tuo gatto è dentro il mio giardino, lo St. Regis diventa il luogo perfetto per un incontro nel quale nulla resta soltanto ciò che sembra.

I cocktail sono opere, i bicchieri creature, il desiderio una promessa che nessuno dei due personaggi riesce ad accettare davvero. Poi un’ombra dietro le piante spezza l’incanto e riporta Sebastiano dentro il mistero.

Il passaggio dall’Arts Bar alle calli di San Moisè avviene in pochi istanti. L’eleganza lascia il posto alla corsa, i riflessi al sospetto, l’arte al pericolo. Eppure le due dimensioni non sono separate: a Venezia la bellezza può nascondere una minaccia e un bicchiere infranto può diventare il rumore esatto con cui una scena cambia direzione.

Lo St. Regis non rimane così un semplice sfondo. È il confine tra seduzione e paura, tra ciò che Sebastiano vorrebbe dimenticare e ciò che continua a seguirlo.

→ Scopri gli altri luoghi del romanzo

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