Camminò fino al cancello dello Squero Vecchio.

Rimase lì, immobile. Poi, senza esitare, lo lanciò oltre.
Un tonfo sordo sulle scale.

Davanti alla porta di Beatriz.
Claire sorrise. Venezia la divorava, ma il gatto morto restava.
 
Non era un animale: 
era la prova che l’amore, quando marcisce, diventa ossessione.
 
E l’ossessione non muore:
si deposita davanti a una porta.
 
Attende. Finché la morte non si svela,
come l’unica verità rimasta.
 

Copertina del romanzo Il tuo gatto è dentro il mio giardino

Brano tratto dal romanzo “Il tuo gatto è dentro il mio giardino” → Scheda del libro

Dal romanzo alla storia

Nel romanzo, lo Squero Vecchio diventa il luogo nel quale Claire compie un gesto silenzioso e definitivo. Raggiunge il cancello, si ferma e lancia il gatto morto oltre le inferriate, facendolo cadere sulle scale davanti alla porta di Beatriz.

Non è soltanto un atto crudele. Quel corpo abbandonato diventa un messaggio, la traccia visibile di un amore corrotto dall’ossessione. Claire non ha bisogno di parlare: lascia che sia la morte a raggiungere Beatriz e ad attendere davanti alla sua casa.

Il silenzio della calle, il cancello chiuso e le scale nascoste trasformano il luogo in una soglia tra ciò che viene taciuto e ciò che sta per essere scoperto. Venezia sembra inghiottire ogni cosa, ma non riesce a cancellare quella presenza. Il gatto rimane lì, immobile, come una prova che nessuno potrà ignorare.

Dietro questa atmosfera narrativa esiste un luogo reale: un angolo appartato della Venezia più intima, il cui nome conserva la memoria degli antichi squeri, i cantieri nei quali venivano costruite e riparate le imbarcazioni della città. Un luogo legato al lavoro e all’acqua che, nel romanzo, diventa teatro di un gesto oscuro e dell’ossessione di Claire.

 

Ramo del Squero Vecchio

La calle nascosta che conserva la memoria degli antichi cantieri veneziani
Un angolo nascosto di Cannaregio

Il Ramo del Squero Vecchio non appartiene alla Venezia delle grandi prospettive.

Non possiede una facciata famosa, una chiesa monumentale o un’opera d’arte davanti alla quale fermarsi. È una diramazione discreta della trama urbana, uno di quei passaggi che spesso vengono attraversati senza conoscerne il nome.

Si trova nella parte orientale di Cannaregio, nell’intrico di calli compreso tra Calle della Testa, l’area dei Miracoli e il grande complesso dei Santi Giovanni e Paolo. La toponomastica veneziana conserva ancora diverse diramazioni legate a questo antico nome.

Qui il tessuto della città diventa più intimo.

Le calli cambiano direzione improvvisamente, si restringono, entrano sotto un sottoportico oppure terminano davanti a una corte. Basta percorrere pochi metri per perdere di vista il passaggio dal quale si è arrivati.

È questa una delle caratteristiche più profonde di Venezia: la città non si lascia osservare tutta insieme. Si concede per frammenti.

Che cosa significa “ramo”

Nella toponomastica veneziana un ramo è una breve diramazione di una calle principale.

Può condurre verso alcune abitazioni, una corte, un canale oppure terminare senza uscita. Non rappresenta quindi una strada importante, ma una piccola deviazione all’interno del labirinto urbano.

Il nome descrive perfettamente la forma della città.

Come i rami di un albero si staccano dal tronco, così questi passaggi si separano dalle calli più frequentate, penetrando negli spazi meno visibili di Venezia.

Il Ramo del Squero Vecchio possiede proprio questa natura: è un luogo laterale, raccolto, apparentemente secondario. Eppure il suo nome permette di ricostruire una parte importante della storia veneziana.

Perché si chiama Squero Vecchio

Lo squero era il tradizionale cantiere veneziano destinato alla costruzione, alla manutenzione e al ricovero delle imbarcazioni.

Prima che l’Arsenale concentrasse gran parte della produzione delle navi più grandi, nella città esistevano numerosi cantieri pubblici e privati. In seguito gli squeri si specializzarono soprattutto nella realizzazione delle imbarcazioni più piccole utilizzate quotidianamente nei canali.

Le località chiamate “Squero Vecchio” conservano il ricordo di cantieri già considerati antichi quando il nome venne assegnato.

La parola vecchio non è quindi un’aggiunta casuale. Indica che in quel luogo esisteva uno squero appartenente a una fase precedente della vita della città, forse già scomparso o trasformato mentre l’attività continuava altrove.

Le costruzioni possono cambiare funzione o essere demolite.

I nomi, invece, rimangono.

Gli squeri e la città d’acqua

Per comprendere l’importanza degli squeri bisogna immaginare una Venezia nella quale ogni movimento dipendeva da una barca.

Le persone si spostavano sull’acqua. Le merci arrivavano ai magazzini attraverso i canali. Le pietre, il legname, il vino, il grano e gli oggetti destinati alle abitazioni venivano trasportati su imbarcazioni differenti.

La barca non era soltanto un mezzo di trasporto.

Era parte della casa, del mestiere e della vita quotidiana.

Gli squeri costruivano, riparavano e adattavano queste imbarcazioni. Erano luoghi di lavoro nei quali il rumore degli attrezzi si mescolava a quello dell’acqua e il profumo del legno appena tagliato si univa a quello delle vernici e della pece.

Il tipico squero possedeva un piano inclinato verso il rio, utilizzato per mettere a secco o varare le barche. Dietro lo scivolo si trovava spesso la tesa, una costruzione coperta nella quale gli artigiani lavoravano al riparo e conservavano materiali e utensili.

Gli squeraroli

Gli artigiani degli squeri erano chiamati squeraroli.

Conoscevano il comportamento del legno, la forma degli scafi e il modo nel quale un’imbarcazione avrebbe reagito una volta entrata in acqua. Il loro sapere non dipendeva soltanto dai disegni, ma dall’esperienza trasmessa nelle botteghe.

Ogni pezzo doveva seguire una funzione precisa.

Il fondo doveva resistere all’acqua bassa della laguna. Lo scafo doveva muoversi negli spazi stretti. Le forme dovevano adattarsi alla voga e alle curve dei canali.

L’arte degli squeraroli si organizzò nel tempo come una vera professione, tramandando tecniche, strumenti e conoscenze legate alla costruzione delle barche.

Il vicino Squero Vecio

Nella stessa parte di Cannaregio, accanto all’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo e affacciato sul rio dei Mendicanti, sopravvive ancora lo Squero Vecio.

La costruzione presenta l’aspetto caratteristico degli antichi cantieri veneziani, con una struttura lignea che ricorda le case di montagna. Molti maestri d’ascia provenivano infatti dalle zone alpine, dove veniva scelto e lavorato il legname utilizzato per le imbarcazioni.

Lo squero rimase un punto importante per la costruzione e l’evoluzione delle imbarcazioni veneziane, conservando nel tempo il proprio rapporto con l’acqua e con la tradizione artigiana.

Il Ramo del Squero Vecchio e il vicino cantiere appartengono così alla stessa geografia della memoria: una zona nella quale i nomi delle calli continuano a raccontare il lavoro che un tempo animava i rii.

Una Venezia senza monumenti

Il fascino del Ramo del Squero Vecchio non dipende da ciò che si può visitare.

Dipende da ciò che si può immaginare.

Le pareti conservano i segni dell’umidità. Le pietre del selciato sono state consumate da generazioni di passi. Le finestre si aprono su spazi tanto vicini che la vita delle case sembra quasi toccare la calle.

Non esiste una prospettiva perfetta.

Non esiste un punto preciso dal quale fotografare tutto.

Il luogo deve essere percorso lentamente, seguendo le curve e accettando di non sapere immediatamente dove conducono.

È una Venezia quotidiana e silenziosa, lontana dalle grandi direttrici turistiche, ma proprio per questo capace di restituire la dimensione più autentica della città.

Le tracce lasciate dai nomi

A Venezia i nomi delle strade sono un archivio aperto.

Ricordano mestieri, famiglie, confraternite, attività commerciali, edifici scomparsi e caratteristiche del territorio.

Calle del Forno racconta la presenza di un forno.

Calle del Pistor ricorda il panettiere.

Calle del Remer conserva la memoria degli artigiani che fabbricavano remi.

Il Ramo del Squero Vecchio ricorda invece un cantiere navale e le persone che vi lavoravano.

Anche quando il luogo originario non è più riconoscibile, il nome continua a indicarne l’esistenza. La città conserva così la propria storia non soltanto nei palazzi e nei musei, ma nelle parole dipinte sui nizioleti, i caratteristici riquadri bianchi che riportano i nomi delle calli.

Curiosità

  • Il Ramo del Squero Vecchio si trova nel sestiere di Cannaregio.
  • È situato nella zona di Calle della Testa, vicino ai Santi Giovanni e Paolo.
  • Il termine ramo indica una breve diramazione di una calle.
  • Lo squero era un cantiere per la costruzione e la riparazione delle imbarcazioni.
  • Il piano inclinato dello squero permetteva di tirare a secco e varare le barche.
  • Gli artigiani che vi lavoravano erano chiamati squeraroli.
  • Il nome “Squero Vecchio” conserva la memoria di un antico cantiere.
  • Nella stessa zona sopravvive lo Squero Vecio affacciato sul rio dei Mendicanti.
  • Nel romanzo il luogo diventa il teatro di un gesto oscuro compiuto da Claire.

Dove la città ricorda

Il Ramo del Squero Vecchio è un luogo minuscolo nella vastità della storia veneziana.

Non racconta battaglie, dogi o cerimonie solenni.

Racconta il lavoro.

Racconta le mani degli artigiani, il legno trascinato verso l’acqua, gli scafi appoggiati sul piano inclinato e il rumore degli attrezzi che un tempo poteva propagarsi tra le case.

Oggi rimangono una calle, un ramo e un nome.

Ma a Venezia un nome può essere sufficiente.

Basta pronunciarlo per restituire alla città ciò che il tempo sembrava avere cancellato.

→ Scopri gli altri luoghi del romanzo

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