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Taccuino

La Biennale di Venezia

Quando la città diventa una mappa internazionale dell’arte e ogni padiglione apre una porta su un altro mondo.

Dal romanzo
Beatriz arriva alla Biennale senza sapere che quella visita le cambierà la giornata.

Venezia, poche ore prima, era stata un banco d’osteria, una “S” di Burano spezzata e una voce capace di farla ridere.

Ora tutto si allarga.
Lingue diverse.
Mappe piegate in mano.
Padiglioni.
Installazioni.
Persone che sembrano sapere esattamente dove andare.

Beatriz cammina tra le opere lasciando che siano i piedi a scegliere il percorso.

Poi, tra una sala e l’altra, riconosce una presenza.

Sebastiano.

Non è Venezia ad averli fatti incontrare.
O forse sì.

Soltanto che questa volta ha usato l’arte.
— Dalle atmosfere del romanzo Il tuo gatto è dentro il mio giardino
La Biennale di Venezia tra i Giardini e l’Arsenale
La Biennale di Venezia: dai padiglioni dei Giardini agli spazi monumentali dell’Arsenale.
Dalle pagine alla città

La Venezia internazionale dell’arte

All’Osteria da Alberto, Beatriz aveva ritrovato una Venezia piccola, quotidiana e quasi domestica. Alla Biennale accade l’opposto. La città si apre improvvisamente al mondo: artisti, curatori, collezionisti, giornalisti, studenti e visitatori si muovono tra Giardini, Arsenale e decine di sedi disseminate nel centro storico. È dentro questa geografia internazionale che Beatriz incontra Sebastiano. Ancora una volta l’arte non fa soltanto da sfondo: diventa il mezzo attraverso cui due traiettorie tornano a incrociarsi.

Cosa accade qui nel romanzo

Beatriz arriva alla Biennale come può arrivarci chiunque: con una mappa, una curiosità, forse un’opera che desidera vedere e molte altre che ancora non conosce.

Non entra in un singolo museo. Entra in un sistema di luoghi.

Una sala conduce a un giardino. Un padiglione porta a un altro Paese. Una installazione cambia il modo in cui si percepisce l’architettura che la contiene.

La Biennale ha proprio questa capacità: impedire che il percorso rimanga lineare.

Dalla Venezia quotidiana alla Venezia globale

La tappa precedente era fatta di un banco, un oste e poche parole.

Qui il lessico cambia: padiglioni, curatori, partecipazioni nazionali, installazioni, vernissage.

Ma le due Venezie non si contraddicono.

Appartengono alla stessa città. Basta camminare per passare dall’una all’altra.

Beatriz compie proprio questo movimento: dalla dimensione quasi privata dell’osteria a quella internazionale della Biennale.

Beatriz incontra Sebastiano

Nel romanzo il loro incontro avviene dentro questo paesaggio d’arte.

È una scelta che modifica il significato della scena.

Sebastiano è un gallerista. L’arte è il suo linguaggio professionale, il territorio nel quale sa muoversi.

Beatriz, invece, attraversa la Biennale da un’altra posizione. Guarda, si lascia sorprendere, non ha bisogno di possedere ciò che vede.

Quando i due si trovano, la distanza tra questi due modi di stare davanti all’arte diventa parte del loro incontro.

Un incontro che non ha bisogno di una stanza

Molti incontri del romanzo avvengono in luoghi molto definiti: un palazzo, una galleria, un atelier, un’osteria.

La Biennale funziona diversamente.

Non è una stanza. È un percorso.

Si cammina, ci si perde, ci si separa, ci si ritrova.

Per questo l’incontro tra Beatriz e Sebastiano assume una qualità quasi casuale.

A Venezia il caso ha sempre bisogno di una calle. Alla Biennale gli basta un’opera.

Il luogo vero

La Biennale di Venezia, oltre la finzione

La Biennale di Venezia è una delle istituzioni culturali più conosciute al mondo e una delle più antiche dedicate alla promozione delle arti contemporanee.

La sua storia comincia alla fine dell’Ottocento, quando Venezia cerca di costruire un nuovo ruolo internazionale dopo le grandi trasformazioni politiche e sociali che avevano segnato il secolo.

La risposta non arriva dal commercio, dalla diplomazia o dalla potenza navale.

Arriva dall’arte.

1893: l’idea nasce in Comune

La storia ufficiale della Biennale fa risalire l’origine a una delibera dell’Amministrazione comunale del 19 aprile 1893.

L’intenzione era istituire un’esposizione artistica biennale capace di celebrare il venticinquesimo anniversario di matrimonio del re Umberto I e di Margherita di Savoia.

L’evento non si svolse però l’anno successivo, come inizialmente previsto.

Servirono due anni perché l’idea diventasse una vera esposizione internazionale.

Riccardo Selvatico e il Caffè Florian

Una figura decisiva fu il sindaco Riccardo Selvatico.

La storia ufficiale della manifestazione ricorda anche gli incontri serali tra artisti nelle salette del Caffè Florian.

Da quella atmosfera di conversazione e confronto nacque l’ambizione di trasformare Venezia in un luogo nel quale l’arte contemporanea internazionale potesse presentarsi con continuità.

È quasi una scena da romanzo: un’istituzione mondiale che comincia anche da persone sedute a un tavolino.

30 aprile 1895: la prima Esposizione

La prima Esposizione Internazionale d’Arte aprì il 30 aprile 1895.

Il successo fu immediato.

La Biennale ricorda oltre duecentomila visitatori già nella prima edizione.

Per una città che cercava una nuova centralità, era un segnale inequivocabile.

Venezia poteva continuare a essere internazionale senza dover tornare a essere una potenza politica.

Il Palazzo delle Esposizioni

Per ospitare la nuova manifestazione venne costruito ai Giardini un Palazzo delle Esposizioni, nucleo di quello che oggi conosciamo come Padiglione Centrale.

All’inizio l’idea dei padiglioni nazionali non esisteva ancora.

Artisti italiani e stranieri esponevano dentro uno stesso grande sistema espositivo.

Con il tempo, però, il successo internazionale della manifestazione avrebbe modificato anche la forma dei Giardini.

I Giardini della Biennale

I Giardini si trovano nella parte orientale di Venezia, nel sestiere di Castello.

Il grande spazio verde non nasce con la Biennale.

Venne realizzato all’inizio dell’Ottocento durante il periodo napoleonico, trasformando una parte di quest’area in un nuovo giardino pubblico.

Quasi un secolo dopo, quella stessa superficie divenne il luogo nel quale Venezia avrebbe costruito una geografia internazionale dell’arte.

1907: cominciano i padiglioni stranieri

Il successo delle prime edizioni convinse diversi Paesi a costruire sedi permanenti all’interno dei Giardini.

La costruzione dei padiglioni stranieri cominciò nel 1907.

Da quel momento la visita alla Biennale non fu più soltanto un percorso tra opere.

Divenne anche un viaggio tra architetture e identità nazionali.

Ventinue padiglioni stranieri

Oggi i Giardini ospitano ventinove padiglioni di Paesi stranieri, oltre agli spazi centrali della Biennale.

Alcuni edifici sono diventati a loro volta opere di architettura.

Il padiglione austriaco è legato a Josef Hoffmann. Quello olandese a Gerrit Thomas Rietveld. Il padiglione finlandese fu progettato da Alvar Aalto.

Camminare tra questi edifici significa attraversare non soltanto nazioni, ma modi differenti di immaginare lo spazio espositivo.

Il padiglione come autoritratto

Una partecipazione nazionale non è semplicemente una sala con artisti provenienti dallo stesso Paese.

Ogni progetto sceglie che cosa mostrare, quale tema affrontare e quale immagine del presente mettere in discussione.

Il padiglione può diventare quindi una forma di autoritratto nazionale.

A volte celebrativo. A volte critico. A volte apertamente conflittuale.

Una Biennale, tre voci

Dalla fine degli anni Novanta, il modello dell’Esposizione d’Arte si articola attorno a tre grandi componenti.

La mostra internazionale curata dal direttore nominato per ogni edizione.

Le partecipazioni nazionali, ciascuna con il proprio progetto.

Gli eventi collaterali, riconosciuti dalla Biennale e distribuiti in diversi luoghi della città.

È questa struttura a impedire che la manifestazione abbia una sola voce.

La Biennale è una conversazione.

L’Arsenale

La seconda grande geografia della Biennale è l’Arsenale.

Per secoli qui vennero costruite e riparate le flotte della Repubblica di Venezia.

Era uno dei più grandi complessi produttivi dell’Europa preindustriale.

Nei periodi di piena attività, secondo la stessa Biennale, potevano lavorarvi fino a duemila persone al giorno.

Un luogo nato per produrre potenza navale sarebbe diventato, secoli dopo, uno dei grandi spazi della cultura contemporanea.

1980: l’Arsenale diventa spazio espositivo

L’ingresso dell’Arsenale nella storia espositiva della Biennale avviene in modo decisivo nel 1980.

In occasione della prima Mostra Internazionale di Architettura, Paolo Portoghesi utilizza le Corderie per la celebre Strada Novissima.

È un momento fondamentale.

Uno spazio fino ad allora legato alla memoria della produzione navale entra nella cultura espositiva internazionale.

Le Corderie

Le Corderie sono uno degli ambienti più impressionanti dell’Arsenale.

La loro origine risale al 1303. L’edificio venne poi ricostruito tra il 1579 e il 1585 su progetto di Antonio Da Ponte, l’architetto legato anche al Ponte di Rialto.

Il nome spiega la funzione: qui si producevano cavi e corde indispensabili per le navi.

L’ambiente si estende per oltre trecento metri.

Una prospettiva quasi interminabile di colonne e coperture lignee che oggi può essere occupata da installazioni, video, sculture e grandi interventi site-specific.

Quando l’architettura non scompare

In un museo contemporaneo le pareti tendono spesso a essere neutrali.

All’Arsenale è impossibile.

I mattoni, le travi, le colonne, la lunghezza e la memoria produttiva dello spazio entrano inevitabilmente nell’opera.

Un’installazione non può fingere che il luogo non esista.

Deve affrontarlo.

Artiglierie, Tese, Gaggiandre

Nel tempo la Biennale ha recuperato e utilizzato numerosi ambienti dell’Arsenale.

Corderie. Artiglierie. Tese. Gaggiandre. Sale d’Armi. Giardino delle Vergini.

I nomi appartengono ancora alla storia funzionale del complesso.

Ma oggi indicano anche luoghi nei quali ogni edizione costruisce nuovi paesaggi temporanei.

Dal lavoro navale al lavoro artistico

Il contrasto tra funzione antica e funzione contemporanea è uno dei motivi per cui l’Arsenale risulta così potente.

Dove un tempo si costruivano corde, vele, armi e navi, oggi si costruiscono installazioni, ambienti e immagini.

Il luogo non perde la propria memoria.

La offre a un altro tipo di produzione.

Una mostra che esce dalle proprie sedi

La Biennale non termina ai cancelli dei Giardini o all’uscita dell’Arsenale.

Partecipazioni nazionali ed eventi collaterali possono occupare palazzi, chiese, magazzini, scuole, fondazioni e giardini privati.

Il centro storico diventa così una mappa di indirizzi temporanei.

Una porta normalmente chiusa può aprirsi per alcuni mesi.

Dietro, può esserci un’opera che nessuno si aspettava.

Perdersi diventa parte della visita

Visitare le sedi diffuse significa spesso attraversare una Venezia che non si sarebbe altrimenti cercata.

Una calle secondaria. Una corte. Un ponte. Un ingresso quasi invisibile.

L’arte diventa una scusa per cambiare strada.

E il percorso per raggiungerla può diventare memorabile quanto l’opera stessa.

Venezia non ospita soltanto la mostra

È questo che distingue profondamente la Biennale veneziana.

La città non rimane fuori dall’esposizione.

L’acqua, la storia, le facciate, l’umidità, gli edifici e perfino le difficoltà degli spostamenti entrano nell’esperienza.

L’opera e Venezia si osservano reciprocamente.

I giorni del vernissage

Prima dell’apertura al grande pubblico, la Biennale vive alcuni giorni particolarmente intensi.

Pre-opening. Inaugurazioni. Presentazioni. Feste. Incontri.

Arrivano artisti, curatori, direttori di musei, galleristi, collezionisti, giornalisti e professionisti provenienti da molti Paesi.

Per poche giornate Venezia sembra trasformarsi in una capitale temporanea del sistema internazionale dell’arte.

La città degli inviti

Durante il vernissage la geografia dell’arte si sovrappone alla geografia delle relazioni.

Un invito conduce a un palazzo. Una inaugurazione a un giardino. Una cena a un incontro inatteso.

È una dimensione che il romanzo conosce bene.

Sebastiano appartiene professionalmente a questo mondo.

Per lui la Biennale non è soltanto vedere arte.

È anche riconoscere persone.

Il romanzo incontra la Biennale

Beatriz incontra Sebastiano in un luogo nel quale lui potrebbe sembrare perfettamente a casa.

Ma proprio per questo l’incontro è interessante.

Lei non entra nel suo spazio privato. Non entra nella sua galleria.

Lo incontra in un territorio condiviso da migliaia di persone.

Nessuno dei due possiede quel luogo.

Entrambi devono attraversarlo.

Guardare un’opera insieme

Davanti a un’opera non esiste una risposta obbligatoria.

Si può amare ciò che l’altro non sopporta.

Si può passare oltre quando l’altro desidera fermarsi.

È proprio questa differenza a trasformare una visita in una forma di conoscenza.

L’arte permette a Beatriz e Sebastiano di incontrarsi senza dover spiegare subito chi sono.

Sebastiano guarda anche chi guarda

Un gallerista osserva le opere.

Ma osserva anche le persone davanti alle opere.

Nota dove si fermano, che cosa ignorano, quanto tempo dedicano a un’immagine.

In questo senso la Biennale offre a Sebastiano un modo ulteriore di leggere Beatriz.

Senza domande.

Beatriz non deve conoscere il mercato

Per Sebastiano l’arte è anche mercato, professione, reputazione, collezionismo.

Per Beatriz può essere semplicemente esperienza.

Questa differenza rende il loro dialogo più libero.

Un’opera può valere molto senza dover costare qualcosa per chi la guarda.

Un incontro internazionale e veneziano

La Biennale porta il mondo dentro Venezia.

Beatriz arriva dal Brasile. Sebastiano appartiene alla rete veneziana delle gallerie.

Il loro incontro avviene quindi in un luogo che rende naturale la convivenza tra provenienze, lingue e percorsi differenti.

È internazionale proprio perché è profondamente veneziano.

Oltre il romanzo: Venezia capitale dell’arte contemporanea

La Biennale ha modificato il modo in cui il mondo dell’arte guarda Venezia.

La città non è più soltanto una delle grandi capitali della storia dell’arte.

È diventata anche un luogo nel quale l’arte del presente viene discussa, contestata, premiata e spesso scoperta.

La città del passato che parla del futuro

Il paradosso è evidente.

Una città costruita per secoli sulla conservazione di pietra, acqua e memoria ospita opere che parlano di tecnologia, identità, ecologia, politica, corpo e futuro.

Ma è proprio questa tensione a rendere l’esperienza così forte.

Il presente non cancella il passato.

Gli si mette accanto.

Arte, architettura, cinema, musica, teatro e danza

Nel corso del Novecento la Biennale ha allargato il proprio campo ben oltre l’Esposizione d’Arte.

La Musica entra stabilmente nel programma dal 1930.

Nel 1932 nasce la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, considerata il primo festival cinematografico della storia.

Il Teatro viene istituito nel 1934.

L’Architettura diventa manifestazione autonoma nel 1980.

La Danza si aggiunge nel 1999.

La Biennale diventa così un sistema multidisciplinare dedicato ai linguaggi contemporanei.

Il cinema nasce al Lido

La Mostra del Cinema meriterebbe un viaggio a parte.

Nata nel 1932, ha portato Venezia dentro la storia internazionale del cinema.

Il Lido diventa ogni anno un’altra capitale temporanea: registi, attori, giornalisti, film e pubblico.

Ancora una volta la Biennale dimostra di non essere un singolo evento.

È una costellazione.

La Biennale Architettura

Nel 1980 la prima Mostra Internazionale di Architettura diretta da Paolo Portoghesi porta alle Corderie la Strada Novissima.

L’architettura non viene più presentata come disciplina secondaria rispetto all’arte.

Diventa un campo autonomo di ricerca sulle città, sugli edifici e sul modo in cui viviamo.

È anche il momento in cui l’Arsenale entra definitivamente nella geografia contemporanea della Biennale.

Venezia come laboratorio

Molte opere presentate alla Biennale affrontano questioni che a Venezia acquistano un significato immediato.

Acqua. Fragilità. Turismo. Spopolamento. Memoria. Clima. Conservazione.

La città non è mai un semplice scenario.

È un problema e contemporaneamente una possibilità.

Quando un’opera cambia un palazzo

Una delle esperienze più affascinanti della Biennale è entrare in un edificio storico trasformato temporaneamente da un progetto contemporaneo.

L’opera può modificare la luce, il suono, il percorso, perfino il modo in cui percepiamo le proporzioni della stanza.

Poi la mostra termina.

Il palazzo torna a essere ciò che era.

Ma chi lo ha visto in quel momento non lo guarderà più esattamente nello stesso modo.

Quando un palazzo cambia un’opera

Vale anche il contrario.

Un’opera dentro un capannone dell’Arsenale non è la stessa che sarebbe dentro una sala bianca.

Una scultura in un giardino veneziano assorbe ombre, foglie e rumori.

Un video proiettato dentro una chiesa incontra inevitabilmente secoli di memoria.

La Biennale vive proprio di questa contaminazione.

Il pubblico diventa parte del paesaggio

Le grandi manifestazioni cambiano una città anche attraverso le persone che attirano.

Nei mesi della Biennale le calli si riempiono di badge, cataloghi, mappe, borse e lingue diverse.

I vaporetti verso Castello diventano una estensione del percorso espositivo.

Il pubblico non osserva soltanto la città.

Per qualche mese ne modifica la fisionomia.

Collezionisti e galleristi

Per il mondo professionale dell’arte, la Biennale è anche un momento di incontro.

Si osservano artisti già affermati. Si scoprono nuove ricerche. Si incontrano curatori e direttori di musei.

Le conversazioni iniziate davanti a un’opera possono proseguire in una cena, in un palazzo o in una galleria.

Sebastiano appartiene naturalmente a questa rete.

Per Beatriz, invece, può bastare guardare

Ed è proprio qui che la scena acquista equilibrio.

Non tutti devono appartenere al sistema dell’arte per entrare nella Biennale.

Si può arrivare senza conoscere il mercato, senza sapere chi sia il gallerista più importante, senza riconoscere ogni nome.

Si può semplicemente guardare.

E qualche volta uno sguardo non informato vede qualcosa che l’abitudine professionale non vede più.

Il punto in cui i due mondi si toccano

Beatriz e Sebastiano arrivano alla stessa opera da due direzioni diverse.

Lei con la propria storia.

Lui con la propria esperienza.

La Biennale non annulla questa differenza.

La rende visibile.

Ed è forse proprio per questo che l’arte può diventare un luogo d’incontro.

Cronologia essenziale

  1. 19 aprile 1893
    L’idea della Biennale Il Comune di Venezia delibera la creazione di un’esposizione artistica biennale.
  2. 30 aprile 1895
    La prima Esposizione Internazionale d’Arte La manifestazione apre ai Giardini e porta Venezia dentro una nuova rete culturale internazionale.
  3. 1907
    I padiglioni stranieri Comincia la costruzione delle sedi permanenti dei Paesi all’interno dei Giardini.
  4. 1930
    La Musica La Biennale consolida il settore dedicato alla ricerca e alla produzione musicale contemporanea.
  5. 1932
    La Mostra del Cinema Nasce al Lido il primo festival cinematografico della storia.
  6. 1934
    Il Teatro La Biennale amplia ulteriormente il proprio campo disciplinare.
  7. 1980
    Architettura e Arsenale La prima Mostra Internazionale di Architettura utilizza le Corderie e apre una nuova fase nella storia espositiva dell’Arsenale.
  8. 1999
    La Danza Anche la danza entra stabilmente nel sistema multidisciplinare della Biennale.
  9. Oggi
    Una capitale internazionale temporanea Giardini, Arsenale e numerose sedi cittadine continuano a trasformare Venezia in una delle grandi piattaforme mondiali dell’arte e della cultura contemporanea.

La Biennale di Venezia – Giardini e Arsenale

Il percorso principale si sviluppa nel sestiere di Castello: dai Giardini della Biennale si prosegue verso gli spazi monumentali dell’Arsenale.

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Il filo della storia

Beatriz era entrata alla Biennale per vedere arte. Ne esce portando con sé anche un incontro. Intorno, Venezia continua a parlare in molte lingue: padiglioni, mappe, vaporetti, inaugurazioni. Ma in mezzo a quella dimensione internazionale, il ricordo più preciso resta sorprendentemente semplice: Sebastiano davanti a un’opera, nello stesso luogo e nello stesso momento. A volte una città intera deve aprirsi al mondo perché due persone possano finalmente trovarsi.

 
Il Taccuino

Ogni luogo raccontato in questa sezione nasce dall’incontro tra la storia documentata e le pagine del romanzo. Non una semplice guida, ma un percorso narrativo nel quale Venezia reale, arte contemporanea e vite immaginate continuano a incrociarsi.

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