Improvvisamente una dopo l’altra apparvero.
La Moretta — nera, muta, una domanda che non pretende risposta.
La Colombina — chiara, loquace, come un invito fatto a voce bassa, ma pensato da tempo.
Camminavano con la calma di chi è stato scelto.
Una si posizionò alla sua sinistra. L’altra alla destra. Nessuna parlò subito.
Gli giravano attorno come predatrici di seta, attratte da una ferita che ancora non sa di sanguinare.
Brano tratto dal romanzo
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Brano tratto dal romanzo
“Il tuo gatto è dentro il mio giardino”
→ Scheda del libro
Il Palazzo delle Feste di Benoît Lefèvre
Una dimora senza indirizzo nella Venezia più segreta e libertina
Il Palazzo delle Feste di Benoît Lefèvre è una dimora riservata a pochi privilegiati. Qui si svolgono eventi esclusivi nei quali il lusso è soltanto un’apparenza e, dietro ogni maschera, emergono i desideri, le paure e i segreti più profondi degli ospiti.
Non esiste un indirizzo preciso al quale cercarlo. Il palazzo appartiene alla geografia immaginaria del romanzo, ma potrebbe nascondersi dietro uno dei tanti portoni che si affacciano sui canali veneziani. Le sue stanze raccolgono e trasformano l’eredità di una Venezia realmente esistita: elegante, sensuale, ambigua e profondamente libertina.
Il palazzo nel romanzo
Benoît Lefèvre è un raffinato collezionista francese, capace di riunire intorno a sé artisti, aristocratici, uomini d’affari e figure difficili da definire. Le sue feste non sono semplici ricevimenti mondani. Sono esperienze costruite con attenzione, nelle quali ogni particolare sembra possedere un significato nascosto.
Gli invitati arrivano in barca, spesso dopo il tramonto. Attraversano un ingresso scarsamente illuminato e vengono accolti in ambienti sontuosi, tra specchi antichi, velluti, candele e opere d’arte. La musica accompagna le conversazioni, il vino scioglie le esitazioni e le maschere proteggono identità che, almeno per una notte, possono essere dimenticate.
In questo luogo le regole della vita quotidiana sembrano sospese. Le distanze sociali si confondono, le apparenze diventano fragili e ciò che normalmente viene nascosto può finalmente emergere.
Le feste assumono talvolta un carattere trasgressivo, ma la provocazione non è mai fine a se stessa. Dietro l’eccesso, la seduzione e il desiderio si nasconde qualcosa di più inquietante: la necessità di liberarsi dal proprio ruolo e di mostrare una parte di sé che, alla luce del giorno, non potrebbe essere rivelata.
Un luogo immaginario, ma profondamente veneziano
Il Palazzo delle Feste non corrisponde a un edificio realmente identificabile. Non possiede una facciata precisa, un numero civico o una posizione segnata sulle mappe.
È un luogo composto da frammenti di molti palazzi veneziani: un portale affacciato sull’acqua, una scala monumentale, un salone decorato, un corridoio in penombra, un giardino nascosto dietro un alto muro.
Questa indeterminatezza lo rende ancora più credibile. Venezia è una città nella quale gli spazi privati possono rimanere invisibili a chi passa a pochi metri di distanza. Dietro una facciata severa può aprirsi un salone magnifico; oltre un portone consumato dalla salsedine può esistere un mondo del quale, dalla calle, non si percepisce nulla.
Il palazzo di Benoît Lefèvre potrebbe quindi trovarsi ovunque. In un sestiere appartato, lungo un rio silenzioso o a pochi passi da uno dei luoghi più frequentati della città.
La Venezia libertina
Le feste raccontate nel romanzo affondano le proprie radici nella fama libertina che Venezia conquistò soprattutto tra il Seicento e il Settecento.
All’epoca la città attirava nobili, diplomatici, mercanti, avventurieri e viaggiatori provenienti da tutta Europa. Venezia offriva loro spettacoli, musica, teatri, gioco d’azzardo e occasioni d’incontro che difficilmente avrebbero potuto vivere altrove con la stessa libertà.
Il Carnevale durava per lunghi periodi dell’anno e la maschera consentiva di muoversi senza rivelare il proprio nome, il rango sociale o le intenzioni. Nobili e popolani potevano incontrarsi mantenendo l’anonimato, mentre uomini e donne si concedevano comportamenti normalmente vietati dalle convenzioni.
La maschera non serviva soltanto a nascondere il volto. Permetteva di diventare qualcun altro.
Per qualche ora si potevano abbandonare il proprio titolo, la reputazione e perfino la propria storia. Era una forma di libertà affascinante, ma anche pericolosa, perché rendeva più difficile distinguere il gioco dall’inganno e il desiderio dalla manipolazione.
Ridotti e casini: i salotti nascosti della città
Accanto ai grandi palazzi e ai luoghi ufficiali esistevano i ridotti e i casini: ambienti privati destinati al gioco, alle conversazioni, agli incontri galanti e a divertimenti lontani dagli sguardi indiscreti.
Alcuni erano salotti eleganti frequentati dall’aristocrazia; altri diventavano spazi nei quali le regole sociali si facevano più elastiche. Si giocava a carte, si ascoltava musica, si discuteva di politica e si intrecciavano relazioni protette dalla discrezione.
Questi ambienti rappresentavano una sorta di città dentro la città. Una Venezia notturna e privata, accessibile soltanto a chi possedeva le conoscenze giuste o riceveva un invito.
Il Palazzo delle Feste di Benoît Lefèvre nasce idealmente da questa tradizione. Non è la ricostruzione di un ridotto storico, ma la sua trasformazione letteraria: un luogo contemporaneo nel quale sopravvivono l’anonimato, il desiderio e l’ambiguità della Venezia settecentesca.
Il fascino ambiguo della maschera
Durante le feste di Benoît Lefèvre, le maschere non sono semplici decorazioni. Proteggono gli ospiti, ma allo stesso tempo li espongono.
Quando il volto scompare, il corpo, la voce e i gesti acquistano un’importanza diversa. Le persone sembrano più libere perché credono di non poter essere riconosciute. In realtà, proprio in quel momento finiscono spesso per rivelare la loro natura più autentica.
La maschera permette di mentire agli altri, ma rende più difficile mentire a sé stessi.
È questo il paradosso sul quale si regge il palazzo: tutti entrano per nascondersi e, nel corso della notte, finiscono per mostrare ciò che avevano cercato di celare.
Il lusso come rappresentazione
Tutto, nel palazzo, comunica bellezza e ricchezza. Le sale, gli abiti, i bicchieri, le luci e le opere d’arte contribuiscono a creare un’atmosfera apparentemente perfetta.
Ma il lusso è una scenografia.
Dietro l’eleganza si muovono solitudini, ossessioni, gelosie e desideri irrisolti. Gli ospiti partecipano alla festa per essere ammirati, per dimenticare la propria vita o per cercare qualcosa che non saprebbero nominare.
Più la notte avanza, più la perfezione comincia a incrinarsi. Le conversazioni diventano confessioni, gli incontri assumono significati inattesi e il confine tra piacere e pericolo si fa sempre più sottile.
Come la Venezia del passato, anche il Palazzo delle Feste vive di contrasti: splendore e decadenza, libertà e controllo, seduzione e paura.
Un palazzo che non si trova sulle mappe
Il Palazzo delle Feste di Benoît Lefèvre non deve essere cercato tra gli edifici storici della città. È un luogo letterario, nato dall’unione di architetture, atmosfere e suggestioni veneziane.
Eppure la sua invenzione conserva qualcosa di profondamente vero.
Venezia ha sempre posseduto una dimensione nascosta, fatta di porte chiuse, stanze private, incontri notturni e identità sospese. Il palazzo rappresenta questa parte della città: quella che non si mostra immediatamente e che può essere scoperta soltanto attraversando una soglia.
Una volta entrati, però, non è più possibile osservare gli altri senza sentirsi a propria volta osservati.
Perché nelle feste di Benoît Lefèvre il segreto più pericoloso non è quello custodito dal palazzo, ma quello che ogni ospite porta dentro di sé.



